Nota dello Scrittore: Originariamente pubblicata nel  Jump Point 1.1, questa storia ha luogo prima degli eventi di La Generazione Perduta.

Le persone complicano solo le cose.  È sempre stato così.  Provate a guardare una qualsiasi civiltà e vedrete soltanto caos, confusione e frustrazione. Che si tratti di Umani, Xi’an, Banu, Vanduul, o altre razze. Potremo sembrare diversi, funzionare in modo diverso, ma scavate abbastanza a fondo e scoprirete che a roderci dentro abbiamo le stesse insicurezze, paure ed ansie.

Tonya Oriel osservò l’immenso abisso fuori dalla finestra. Nella nave, altrimenti vuota, si muoveva dolcemente lAdagio di Kaceli. Gli scanner controllavano incessantemente tutti gli spettri alla ricerca di qualche anomalia.

Il vuoto. Era puro. Era semplice. Era permanente.

Tonya era cullata da una dolce serenità come fosse una coperta, di quelle che possono esistere soltanto quando sei l’unica persona nel raggio di migliaia di chilometri. Terra, la Vecchia Terra, oppure Titus, megalopoli brulicanti di persone, le aveva lasciate agli altri. Mai un momento senza che ci fosse una persona sopra, di fianco o sotto di te. Tutto così rumoroso. Ma Tonya aveva bisogno del silenzio.

La sua nave, la Beacon, scivolava in quel silenzio. Tonya aveva personalizzato quasi tutti i punti d’aggancio e i pod con qualche tipo di scanner, sistema di comunicazione di profondità o tecnologia di rilevamento che le permettesse di allontanarsi il più possibile dal rumore.

Il problema era che il rumore continuava a seguirla.

* * * *

Dopo tre settimane alla deriva, Tonya non poteva più rimandare. Doveva consegnare delle risorse e vendere alcuni dati e minerali che aveva raccolto. Dopo le riparazioni, i nuovi depuratori e l’aggiornamento allo spectrum, sperava avrebbe avuto crediti a sufficienza per procurarsi del cibo.

Negli ultimi anni, il Centro Spedizioni di Xenia, nel Sistema Baker, si era rivelato essere per lei la cosa più simile ad una casa. Stabilì una rotta attraverso le ondeggianti fila di navi in entrata ed in uscita. Quel giorno il traffico della stazione era più intenso del solito. Non appena la Beacon approdò, il suo schermo si illuminò per indicare l’arrivo di una manciata di messaggi dallo spectrum. Li passò al suo mobiglas e si diresse alla camera di equilibrio.

Tonya si soffermò per un momento all’uscita per assaporare gli ultimi istanti di solitudine mentre aspettava la decompressione, poi pigiò il pulsante.

Il suono delle persone le si riversò addosso come un’ondata. Si prese un attimo per abituarsi, sistemò la borsa e si infilò nella massa.

Carl gestiva una piccola rete di informazioni nel suo bar, il Torchlight Express. Carl, un vecchio perito che aveva lavorato per un’oramai defunta squadra di terraformazione, commerciava minerali per qualche bottiglia ed informazioni. Lo conosceva da anni. Per lei, Carl era una gemma.

L’Express era desolato. Tonya controllò l’orario locale. Era sera ormai e non c’erano ragioni per cui dovesse essere così vuoto. Un gruppo di prospettori sedeva ad un tavolo all’angolo, impegnati in qualche sommessa conversazione. Carl era appoggiato al bancone, stava guardando una partita di sataball sullo schermo. Le sue dita ruvide battevano al ritmo di qualche canzone che gli stava ronzando in testa.

Quando vide Tonya, si illuminò.

“Bene, bene, bene, a cosa dobbiamo questo onore, dottoressa?” Disse ghignando.

“Non iniziare, Carl.”

“Ma certo, scusi, dottoressa.” Doveva essere annoiato; la chiamava in quel modo solo quando voleva bisticciare un po’. Tonya appoggiò la sua borsa a terra e scivolò su di uno sgabello.

“Qualcosa di interessante?” La ragazza si legò i capelli dietro la testa.

“Sto benissimo Tonya, grazie per l’interessamento. Gli affari vanno un po’ a rilento, ma sai com’è.” Disse sarcasticamente Carl, allungandole un bicchiere.

“Eddai, Carl. Non ti verrò dietro con queste chiacchiere da cliente.”

Carl sospirò e si guardo intorno.

“A questo punto, prenderei tutti i clienti che capitano a tiro.” Si versò da bere direttamente dalla scansia. Tonya girò il suo mobiglas e gli fece vedere il suo manifesto di carico. Lui lo spulciò. “Viaggi leggera stavolta, eh?”

“Già. Conosci qualche compratore?”

“Quanto vorresti guadagnare?”

“Quello che riesco,” disse la ragazza sorseggiando. Capì che Carl era deluso dalla mezza risposta. “Ho bisogno di soldi.”

“Potrei riuscire a fartene avere dieci.” Disse dopo una lunga pausa.

“Darei via il figlio che ancora devo concepire per dieci.”

“Con tutti i bambini che ancora devono nascere che mi devi, almeno dovresti iniziare.” Le rispose lui. Tonya lo colpì al braccio.

Uno dei prospettori si avvicinò al banco con i bicchieri vuoti. Era giovane, uno di quei tipi che coltiva quel look da belloccio un po’ selvaggio. Probabilmente aveva passato un’ora a prepararsi le parole prima di dirle.

“Un altro giro.”

Mentre Carl versava, il prospettore guardava Tonya, tentando di incantarla con il suo sguardo. Fallendo miseramente. Carl preparò il nuovo giro di drink. Il prospettore pagò e tornò al suo posto leggermente scoraggiato.

 “Mi sa che piacevi a qualcuno.” La canzonò Carl.

“Non era il mio tipo.”

“Perché è un essere vivente?”

“Esattamente.” Tonya osservò i prospettori. Erano impegnati in una conversazione che sembrava veramente segreta. “Qualche idea del perché sono qui?”

“Ma certo.”

“Ah sì? Che hanno detto?”

“Niente… cioè, non a me ovviamente.”  Carl estrasse un auricolare e glielo porse. La ragazza lo portò all’orecchio e si mise ad ascoltare. Improvvisamente riuscì a sentire la loro conversazione come se fosse seduta con loro. Tonya guardò Carl, sbalordita.

“Hai microfoni sui tuoi tavoli?!” Sussurrò. Carl le fece cenno di tacere.

“Tratto informazioni tesoro, perciò sì.” Disse il vecchio, quasi offeso di essere stato accusato di non ascoltare i propri clienti.

La ragazza bevve un altro sorso ed ascoltò i prospettori. Non le ci volle molto per mettersi in pari con il discorso. A quanto pare Cort, il prospettore che aveva provato a corteggiare Tonya con la sua mascolinità, aveva ricevuto una soffiata da suo zio, che stava nella Marina UEE. Questo zio stava eseguendo degli addestramenti di Ricerca & Soccorso nel Sistema Hades, quando i loro scanner avevano accidentalmente scoperto dei depositi di kherium su Hades II. Dal momento che facevano parte dell’esercito, ovviamente non avevano potuto fare nulla, ma Cort ed il suo gruppetto di amici si stavano accordando per sgattaiolare fin là e raccoglierlo per il loro tornaconto.

Il kherium era un prodotto molto richiesto. Se questi prospettori sapevano di cosa stavano parlando, allora si trattava di una piccola fortuna. Sicuramente sufficiente a sistemare la Beacon, forse avrebbe potuto persino installare qualche aggiornamento.

La notizia migliore era che ovviamente non avevano idea di dove si trovasse. Il kherium non appare sugli scanner per normali metalli o radiazioni. Serve uno specialista per trovarlo, figuriamoci per estrarlo senza corromperlo. Fortunatamente per Tonya, sapeva fare entrambe le cose.
“Hai quello sguardo.” Disse Carl mentre le riempiva il bicchiere. “Buone notizie?”

“Lo spero Carl, per me e per te.”

* * * *

Carl scaricò la merce che aveva a bordo presso un discount perché potesse partire quanto prima. L’ultima volta che aveva controllato, i prospettori erano ancora all’Express e sembrava che non sarebbero partiti prima di un paio d’ore, forse un giorno.

Tonya iniziò ad allontanarsi dal molo con la Beacon e tornò nella sua adorata solitudine. I motori ronzavano mentre avanzavano sempre più nello spazio, spingendola verso un’ancora di salvezza.

Il Sistema Hades era una tomba, l’ultimo monumento di un’antica guerra civile che cancellò un Sistema intero e la razza che vi abitava. Hades era nella lista di Tonya dei luoghi da studiare, ma ogni anno il Sistema era assediato da nuovi gruppi di giovani scienziati che lo esploravano per le loro tesi, oppure da cacciatori di tesori alla ricerca di qualsiasi arma potesse aver spaccato a metà Hades IV. Sostanzialmente, il Sistema era diventato altro rumore da evitare.

La ragazza dovette però ammettere che passare nei pressi di Hades IV era sempre eccitante. Non capita ogni giorno di poter vedere le viscere di un pianeta distrutto al suo apice.

E poi c’erano quelle voci che volevano che il Sistema fosse infestato. C’era sempre qualche pilota che conosceva un tizio che conosceva qualcuno che aveva visto qualcosa mentre viaggiava attraverso il Sistema. Le storie spaziavano da un qualche malfunzionamento tecnico privo di spiegazione, all’avvistamento di navi fantasma. Tutte cose senza senso.

Il traffico generato dalle navi attraversava Hades molto lentamente. Le rotte di volo comuni erano lontane dai pianeti centrali. Tonya rallentò la nave fino a quando non si fu allontanata a sufficienza dal traffico e virò per dirigersi verso Hades II.

Sorpassò una barriera di satelliti in disuso e discese verso l’atmosfera agitata di Hades II. Quando entrò in contatto con le nuvole, la Beacon sobbalzò. La visuale scese a zero ed improvvisamente la nave fu immersa nel frastuono generato dalle grida dell’aria e della pressione. La ragazza non perse mai di vista i suoi sensori ed espanse il raggio degli allarmi di prossimità per assicurarsi di evitare l’impatto con qualche montagna.

All’improvviso le nuvole si diradarono. La Beacon si trovò di colpo nella leggera gravità del pianeta, sopra un oceano nero come la pece. Tonya ricalibrò velocemente i suoi propulsori per riadattarli al volo atmosferico ed osservò il pianeta che la circondava.

Come aveva previsto, non era altro che un guscio. Ovunque erano presenti i segni di una civiltà intelligente, ma tutto andava sgretolandosi, carbonizzato o distrutto. Sorvolò vaste città curve costruite sopra ad ampi archi edificati con l’intento di impedire agli edifici di toccare il pianeta.

Mantenne un’altitudine da viaggio. Il rombo dei motori echeggiava attraverso il vasto paesaggio vuoto. Il sole era solo un’altra vittima dell’esecuzione di questo Sistema. L’atmosfera nuvolosa non si era mai diradata, perciò la superficie non aveva mai visto la luce della sua stella. Era sempre immersa in una foschia dalle tonalità verdi e grigio scuro.

Tonya studiò la topografia per tracciare un percorso ed impostò gli scanner perché trovassero quella singola traccia di kherium per la quale si trovava lì. Impostò il pilota automatico e guardò fuori dall’abitacolo.

Trovandosi lì in quel momento, quasi si prese a calci per non esserci andata prima. Non importava che si trattasse di uno dei luoghi più scientificamente studiati dell’UEE.  Osservando la vastità della devastazione con i suoi stessi occhi, la ragazza percepì quella sensazione che un buon mistero provoca all’intelletto. Chi erano? Come avevano fatto ad annichilirsi con tanta precisione? E come sappiamo che si sono in effetti estinti?

Passarono un paio d’ore senza che ebbe fortuna. Fece uno spuntino veloce e seguì la sua routine di esercizi mattutini. Controllò due volte le impostazioni degli scanner per vedere che non ci fossero stati errori durante l’input iniziale. Un paio di mesi prima, si era ritrovata a passare al setaccio un pianeta senza trovare nulla, solo per scoprire in seguito che un settaggio sbagliato aveva fatto fallire l’intera scansione. Se ne sentiva ancora infastidita. Era stato un errore da dilettanti.

Recuperò alcuni scritti su Hades. A metà di un articolo che parlava dell’esobiologia degli Hadesiani, lo schermo emise un suono. Tonya c’era arrivata giusta sopra.

Il sensore segnalava una debole presenza di kherium sotto di lei. Controllò tre volte le impostazioni prima di lasciarsi prendere dalla speranza. Sembravano affidabili. Guardò fuori davanti a sé. Una piccola cittadina sedeva sopra ad un mare infinito di alberi morti. Sembrava come se un laser orbitale o qualcosa di simile l’avesse colpita, incidendo enormi crateri sia sugli edifici che nel suolo.

Diede loro una seconda occhiata. I crateri avevano scavano circa duecento metri nel terreno, rivelando la rete di tunnel sotterranei. Sembravano essere una qualche sorta di sistema di trasporto.

Tonya cercò con lo sguardo un punto di atterraggio riparato dalla vista di eventuali navi di passaggio. Se si fosse trovata ancora sul posto all’arrivo dei prospettori, la sua nave sarebbe stata un chiaro indizio della sua presenza e le cose si sarebbero complicate.

Indossò la tuta ambientale ed il respiratore. Avrebbe potuto controllare gli scanner della nave tramite il suo mobiGlas, ma gettò comunque tra gli attrezzi minerari un altro scanner/mappatore portatile, per sicurezza. Infine, attivò il suo container da trasporto, sperando che gli smorzatori antigravità sarebbero stati sufficienti a trascinare via il kherium.

Infine, mise piede sulla superficie. Il vento sferzava attorno a lei, sollevando furiosamente ondate di polvere. Spinse il container davanti a lei, attraversando la foresta ormai ridotta in cenere. Gli arbusti nodosi artigliavano la sua tuta mentre li superava. La città incombeva sopra di lei, gli edifici delle sagome nere stagliate contro le nuvole grigiastre.

La sua curiosità ebbe la meglio, per cui Tonya decise di prendere un declivio che la portò tra le strade cittadine. Si disse che quella deviazione avrebbe pesato meno sulle batterie del container. Per i compensatori anti-gravità, le superfici liscie sono più facili da analizzare di quelle irregolari.

Mentre camminava tra le strade vuote e desolate, la ragazza si lasciò andare allo stupore. Studiò la strana curvatura delle architetture; ciascuna di esse era la dimostrazione di una comprensione assolutamente aliena, ma brillante, della dispersione dei pesi e della pressione. L’intera area sembrava essere contemporaneamente naturale e strana, intellettualmente affascinante ed emotivamente estenuante.

La traccia lasciata dal kherium era ancora debole, ma inconfondibile. Tonya manovrò il container attorno ai veicoli distrutti a forma di goccia. I segni lasciati sugli edifici e per le strade le diedero il sospetto che in quel posto, centinaia o migliaia di anni prima, avesse avuto luogo una battaglia.

Il cratere più vicino al kherium era un buco perfetto scavato nel centro della città. La ragazza si fermò sul suo margine, alla ricerca del modo più facile per andare giù. Il container sarebbe stato in grado di fluttuare verso il basso, ma lei avrebbe dovuto scendere la parete.

Nel giro di qualche minuto, si assicurò una linea di discesa sicura sia per lei che per la cassa. Superò il bordo del cratere e si calò lentamente con una corda lungo la parete liscia. Il container stava trasformando quella che sarebbe dovuta essere una facile discesa in qualcosa di più complicato. A causa del meccanismo di funzionamento degli smorzatori anti-gravità, qualsiasi forza avrebbe potuto spingere la cassa alla deriva, per cui Tonya doveva costantemente tenerla con una mano. A peggiorare le cose, il vento aveva iniziato a sollevare in aria piccole rocce, rami e pezzi di detriti.

Uno strillo penetrante lacerò l’aria. Tonya si bloccò. Lo udì una seconda volta ed iniziò a cercarne la fonte con lo sguardo. Lo stridio era causato da dei semplici supporti piegati dal vento.

Improvvisamente, si accorse che il container le era sfuggito di mano. Aveva preso ad andare lentamente alla deriva verso l’altro lato del cratere, sospinto dal mulinare del vento come se fosse un giocattolo. La ragazza si allungò nel tentativo di raggiungerlo, ma la cassa era ormai fuori dalla sua portata. Diede un calcio alla parete ed oscillò nell’aria vorticosa. Sfiorò appena il container con i polpastrelli, prima di sbattere con la schiena contro il muro del cratere.

L’impatto le annebbiò la vista e le strappò il respiro. L’HUD divenne confuso. Infine, riuscì nuovamente a tirare un lungo sospiro. Si prese un paio di secondi, prima di continuare la discesa.

Lo scanner della Beacon non era riuscito ad isolare la traccia in maniera sufficiente da permetterle di determinare la profondità a cui si trovava, per cui avrebbe dovuto affidarsi a quello portatile. Sembrava che il kherium fosse situato tra due tunnel.

Tonya assicurò il container, si arrampicò nel tunnel superiore e si slegò dalle corde. Controllò se la tempesta di detriti avesse danneggiato la sua tuta. Il computer era leggermente sfuocato, ma segnalò che non erano stati rilevati problemi.

Accese la torcia ed attivò i microfoni esterni della tuta. Il tunnel aveva la forma di un tubo perfettamente scavato nella roccia che scendeva dolcemente nell’oscurità. Non c’era traccia di nessun sistema di trasporto a binari o ad energia che potesse confermare la sua teoria dei tubi di trasporto. Iniziò a camminare.

Le ore si susseguirono nel buio del tunnel. Quando iniziò ad avvertire un po’ di nausea, decise di fermarsi a riposare per qualche minuto. Bevve un sorso dalla riserva di acqua e controllò con attenzione il suo scanner. Si trovava ancora sopra la traccia del kherium, che sembrava essere proprio di fronte a lei. Almeno questo non era cambiato.

Improvvisamente, udì qualcosa. Un rumore flebile. Richiamò le impostazioni audio ed aumentò al massimo il guadagno dei microfoni esterni. Un oceano di rumore bianco le riempì le orecchie. Non si mosse fino a quando non lo udì nuovamente. Il rumore di qualcosa che veniva trascinato.

Agli angoli del suo HUD comparvero le finestre della visione IR e di quella notturna. Non vide nulla. Nelle vaste profondità di quei tunnel, era impossibile capire quanta distanza avesse percorso quel suono. Tuttavia, si avvicinò al container e tirò fuori un fucile. Si assicurò che fosse carico e cercò perfino di ricordare l’ultima volta che aveva avuto un motivo per usarlo.

Tonya iniziò a muoversi con cautela. Dubitava che fossero i prospettori. Per quanto ne sapeva lei, laggiù potevano esserci pirati o contrabbandieri. Ciò nonostante, non aveva intenzione di correre rischi.

Il tunnel iniziò ad allargarsi, prima di trasformarsi in una vasta distesa oscura. Il visore notturno della tuta non era neppure in grado di scorgerne la fine. Rovistò tra le sue scorte e tirò fuori dei vecchi flare. Ne accese uno.

Era una città. Una città specchio, per la precisione. Mentre quella in superficie si protendeva verso il cielo, questa era stata scavata nelle profondità del pianeta. Delle passerelle connettevano le strutture costruite sui muri dei vari livelli. Non aveva mai sentito parlare di una cosa simile. Le fonti ufficiali avevano speculato che il sistema fosse stato distrutto da una guerra civile. Che si trattasse di una delle città dell’altra fazione?

Arrivò ad un’intersezione, dove trovò il primo, vero indizio che lasciava intendere che la battaglia fosse arrivata fin laggiù. Una barricata di veicoli fusi bloccava uno dei tunnel. I muri erano stati anneriti da esplosioni o colpi di laser. Un’ombra era stata bruciata sulla parete.

Tonya si fermò davanti a lei. L’Hadesiano sembrava avere un corpulento corpo rotondeggiante dotato di svariate, sottili propaggini. Una macchia su un muro vecchia di un migliaio di anni non sarebbe dovuta essere nulla di particolare, ma quella semplice silhouette era terrificante.

All’interno della parete vicina era stata costruita una struttura cavernosa. Le si avvicinò per esaminarne la maestria edilizia. Era indubbiamente più decorata della maggior parte degli altri edifici presenti laggiù. Non c’erano porte, soltanto degli stretti portali ovali. Ai fianchi di ogni ingresso era stata integrata una qualche sorta di tecnologia.

Decise di darvi un’occhiata. Era un bacino profondo con filari di recinti costruiti sui fianchi. Ciascuno di essi era orientato verso un singolo punto, un cilindro marmoreo situato nella parte più profonda del bacino. Tonya iniziò a scendere in quella direzione. Su di esso era appoggiato un piccolo oggetto. Vi puntò contro la luce ed il fucile. Era stato realizzato con una pietra marmorea simile a quella usata per il cilindro. La ragazza si guardò intorno. Che fosse una sorta di chiesa?

Si chinò per guardare meglio l’oggetto, facendo attenzione a non toccare nulla. Era una piccola incisione. Non era una forma Hadesiana. Né le sembrava familiare. Soppesò la possibilità di prenderla.

Improvvisamente, avvertì una fitta alla testa. Inciampò all’indietro e si appoggiò alla recinzione. Dopo qualche secondo, la sensazione svanì. Un dolore acuto, come una coltellata, iniziò a riverberarle nel braccio. Lo allungò, cercando di farlo passare. Diede un’ultima occhiata alla piccola incisione.

Si allontanò dall’edificio decorato e richiamò lo scanner. Il kherium era vicino. Seguì le indicazioni della strumentazione, avventurandosi in tunnel bui e contorti. Teneva gli occhi fissi sul bagliore crescente dello schermo. Improvvisamente, inciampò su qualcosa. Lo scanner sferragliò sul pavimento. Il suono riecheggiò per un minuto.

Tonya agitò leggermente la testa. Questo posto… Riaccese le luci, soltanto per trovarsi faccia a faccia con un cadavere decomposto, la bocca spalancata in un urlo muto.

“Cavolo!” urlò, dimenandosi per allontanarsi il più velocemente possibile da lui. Si guardò attorno. Sul pavimento c’era un’altra figura, circa sei metri più avanti. Tra i due giaceva una cassaforte. Lo shock iniziale si attenuò.

La ragazza si alzò, afferrò lo scanner e si avvicinò al primo corpo. Aveva il cranio fracassato. Tuttavia, non c’era traccia di armi. Lì intorno non c’erano mazze o sbarre. Era strano. L’altro si era chiaramente sparato. Stringeva ancora in mano l’arma. A giudicare dai vestiti, erano sicuramente umani; probabilmente esploratori o pirati. Non sapeva quale fosse la composizione dell’aria di quel posto, per cui non poteva formulare un’ipotesi accurata su quanto tempo fosse trascorso dalla loro morte, ma sospettava che si trattasse di mesi.

Trascinò i piedi fino alla cassaforte, per poi aprirla con un calcio. Kherium. Già estratto ed attentamente impacchettato. Un dolce sollievo iniziò a pervadere le sue membra esauste.

“Grazie ragazzi.” Tonya fece loro un rapido cenno. “Mi spiace che non siate qui per condividerlo.” Qualcosa guizzò sulla sua finestra IR.

La ragazza afferrò il suo fucile, prendendo la mira. Ma era sparito. Mentre aspettava, il suo respiro si fece sempre più rapido e corto. Le dita le tremavano sopra il grilletto. Aumentò nuovamente il guadagno dei microfoni esterni e scansionò la zona. Continuava a ripetersi di calmarsi. Calmati.

Ogni movimento della sua tuta veniva restituito alle sue orecchie amplificato di un centinaio di volte. Tracciò con il fucile il contorno del tunnel, alla ricerca di qualsiasi cosa fosse lì con lei. Udì qualcosa tra il rumore di fondo. Vicino.

“Benvenuta a casa”, le sibilò.

Tonya fece fuoco nell’oscurità. Ruotò su se stessa. Ma non c’era nulla. Caricò comunque un altro colpo e sparò. I colpi fecero esplodere gli altoparlanti del suo elmetto.

Afferrò la cassaforte ed iniziò a correre.

Attraversò correndo gli scivolosi tunnel inclinati fatti di oscurità e, adesso, completo silenzio. Superò l’intersezione, dove l’Hadesiano teneva ancora le braccia alzate per il terrore. Continuava a guardarsi dietro. Avrebbe giurato che ci fosse qualcosa laggiù, appena fuori dal raggio del suo visore IR, che la fissava nell’oscurità.

Superò correndo un pendio, intravedendo la cupa luce dell’uscita, adesso ridotta ad un foro. Le bruciavano le gambe. Le braccia le facevano male da morire. Tutto quello che voleva fare era dormire, ma non aveva intenzione di fermarsi. Se lo avesse fatto, sapeva che non avrebbe mai lasciato quel posto.

Si trascinò su per la corda e si fece largo nella foresta incenerita, fino al Beacon. Trenta secondi dopo, i propulsori annerivano il terreno. Un minuto dopo, lasciò l’atmosfera.

Mentre la sua nave si allontanava da Hades II, cercò di darsi una calmata. La sua tuta ambientale si contorse leggermente sul gancio della camera di decontaminazione. Fu allora che se ne accorse.

Le funzioni respiratorie situate sul retro erano danneggiate. La caduta nel cratere doveva esserne la causa. Aveva spaccato il sistema di alimentazione, causando un sovraflusso di ossigeno. Il mal di testa, la nausea, la fatica… Persino quella voce. Anche se ancora la faceva rabbrividire. Probabilmente erano tutte semplici allucinazioni e conseguenze dell’avvelenamento da ossigeno.

Probabilmente.

Tonya impostò la rotta di ritorno al Centro Spedizioni di Xenia di Baker. Aveva delle merci da vendere, vero, ma tutto quello che voleva al momento era trovarsi in mezzo ad altra gente.

Voleva sentire il rumore attorno a sé.

Nella camera di decontaminazione, la piccola incisione Hadesiana giaceva sul pavimento.

FINE

 

Articolo originale disponibile presso le Roberts Space Industries.